
Non esiste un luogo per l’esotico, si tratta di pura rappresentazione. Ma proprio la sua vacuità astratta può divenire uno spazio reale, un contenitore da risignificare.
Evocazione di un ambiente che fa fede a un unico principio selvaggio: la mescolanza, la prossimità, l’incomprensibile euforia di un patto tra carnefici e vittime. Mentre gli etnologi si riconvertono a esaminare l’ultima inossidabile tribù ancora in circolazione - quella turistica - e gli antropologi si danno alla macchia occupandosi di serie televisive, il pensiero selvaggio viene dimenticato dall’entertainment ma prolifera indisturbato nella foschia, senza proclami di riscatto ma proprio per questo assolutamente cruciale per il futuro dell’umanità. Futuro sonoro, acquatico, tropicale, a 40 gradi all’ombra, epidemico, balsamico,
anatomico e umido.