
Lisbona è distrutta e a Parigi si balla”, così scriveva amaramente Voltaire all’indomani del catastrofico terremoto che il 1 novembre 1755 aveva distrutto la città e ucciso quasi la metà della sua popolazione. Il grande illuminista ne fu così sconvolto che scrisse di getto il Poema sul disastro di Lisbona. 234 versi furenti contro quell’ottimismo di alcuni filosofi illuministi dell’epoca che propagandavano un tutto è bene capace di giustificare il male e la sofferenza nel mondo: ciò che oggi è male per alcuni sarà bene per altri in futuro. Un mantra del genere però rischia di giustificare i peggiori orrori presenti e futuri. E allora come immaginare il nostro destino, ammesso che ne abbiamo uno, come agire per un bene che non sia anche un male per altri, sempre che riusciamo a definire cos’è bene?
“Tutto è bene” è un lavoro di Antonio Tancredi e Cristiano Fabbri che “dialoga” in forma teatrale con il “Poema sul disastro di Lisbona” di Voltaire.
Un dialogo che si estende al pubblico, invitato a non sentirsi spettatore inerte, ma testimone di un rito, presenza necessaria e indispensabile senza il quale il dialogo
sarebbe vuoto e inutile.
La messa in scena chiama il pubblico alla partecipazione per condividere domande che l’essere umano si è da sempre posto e a cui non è riuscito a dare una risposta definitiva e univoca: cos’è il male? E’ inevitabile? E perché tiene in scacco la nostra natura mortale e debole? Quale consolazione? Quale salvezza?
Un dialogo che non si esaurisce con domande aperte, ma che coinvolge anche il corpo, l’azione, i gesti, gli sguardi e che mette sotto scacco quel “Tutto è bene” contro cui si scaglia lo stesso Voltaire. Una frase, quella, che non può non muovere alla contestazione. Se solo per un attimo riflettiamo sulla vita, sulla realtà dei fenomeni che la rappresentano, non possiamo far altro che smentirla.
“Tutto è bene” è un modo di pensare, di dire, di credere, che il mondo nel quale viviamo è il migliore dei mondi possibili, che la nostra condizione è quella di privilegiati, eletti, figli diun Dio, o, alla peggio, il risultato migliore nell’evoluzione di una specie. Davvero?
Davvero in questo caos fatale noi possiamo pensare che tutto quello che accade, non solo a noi, ma a tutte le creature di questa terra, sia sempre a fin di bene? Il minore dei mali o una legge, un principio generale per consentirci di espiare e riflettere, di scegliere realmente tra un bene ed un male, di adempiere ad una funzione? Davvero non ci è dato conoscere sino in fondo il nostro scopo, i fini del tutto? Ma perché poi dovrebbe esserlo?
Tutto è destinato a dissolversi, a perire, e noi che abbiamo in eredità ed in dote il pensiero e la capacità della parola, ci aggrovigliamo nelle dissertazioni, nelle spiegazioni, nella ricerca dei perché e nelle ipotesi più improbabili. La verità è che ancora oggi non sappiamo nulla, non sappiamo nulla delle origini del male e della sua natura. E allora?
Allora a noi poveri infelici mortali spetta coltivare la speranza della vita.